top of page

Il digitale non crea talenti.

  • 5 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

Ma può farli fuggire.

 

Nell’era digitale i talenti non nascono dalla tecnologia, né dalle piattaforme o dai modelli organizzativi più evoluti. Emergono quando il contesto di lavoro consente loro di sentirsi riconosciuti, ascoltati, coinvolti.


Molte organizzazioni investono per attrarli: definiscono ruoli strategici, costruiscono percorsi di formazione, propongono percorsi di coaching coerenti con la propria cultura.


Eppure, sempre più spesso, questi tentativi non bastano.

 

Il paradosso: più investimenti, meno permanenza


Una parte crescente di talenti sceglie di non entrare, oppure di andarsene presto.

Non per mancanza di opportunità, ma per mancanza di spazio relazionale.

Non è solo una questione di benefit, di policy o di “candidate experience”.


È una questione di esperienza vissuta: che posto c’è per me, come persona, dentro questo gruppo di lavoro?

 

Forse il problema non è come adattare i talenti all’organizzazione, ma come l’organizzazione si rende capace di incontrarli.

 

Dal “far scegliere l’azienda” al costruire un dialogo reale


Se invece di presentarci come aziende “da scegliere”, aprissimo un dialogo reale?


Se lasciassimo che i talenti ci osservino, ci interroghino, ci incontrino in gruppo?


E se il loro ingresso non fosse un inserimento individuale, ma un passaggio di esperienza condiviso?


Qui cambia la prospettiva: non “integrare” una persona in un sistema già chiuso, ma creare un contesto che sappia accogliere, trasformarsi, includere.

 

Sono i gruppi che trattengono. O che espellono.


I talenti lo colgono subito: quando i gruppi di lavoro sono rigidi, frammentati o difensivi, non restano. Il digitale amplifica questa percezione. Non crea il disagio, ma lo rende immediatamente visibile.


Perché?

·       Le incoerenze emergono più in fretta (tra cultura dichiarata e pratiche reali)

·       Le dinamiche di esclusione diventano “misurabili” (silenzio, turnover, assenze, chat vuote)

·       La distanza riduce i margini di riparazione (meno micro-agganci, meno scuse, meno possibilità di chiarire)

 

Un gruppo che funziona trattiene. Un gruppo che non funziona allontana.

Anche – e soprattutto – nell’era digitale.

 

La clinica del gruppo: il punto cieco delle organizzazioni


È qui che la clinica del gruppo diventa decisiva.


Prendersi cura del funzionamento del gruppo significa lavorare sulla sua salute emotiva, sulla coesione, sulla capacità di includere e trasformare l’esperienza.


Non è un fattore marginale: è struttura.


È ciò che rende un team capace di reggere complessità, differenze, frustrazioni e cambiamenti senza scaricarli sulle persone più sensibili (spesso proprio i talenti).

 

In sintesi


Il digitale non produce talenti.

Ma può accelerare la loro fuga quando il contesto relazionale non li incontra.


Se vuoi trattenere persone competenti e vive, il punto non è aggiungere strumenti. È rendere i gruppi luoghi in cui le persone possano davvero restare.

 
 
 

Post recenti

Mostra tutti
L’attenzione non è in crisi.

È sotto pressione. Per molto tempo abbiamo pensato l’attenzione come una capacità individuale: concentrarsi, restare focalizzati, evitare distrazioni. Quando questa capacità vacilla, la lettura è spes

 
 
 
Il lavoro non è ibrido.

È in evoluzione. Per molto tempo il lavoro è stato pensato come una scelta tra modelli alternativi: in presenza o da remoto, ufficio o digitale, vecchio o nuovo. La formula lavoro ibrido nasce da que

 
 
 
Un manager efficace non delega soltanto compiti.

Sponsorizza il processo del gruppo. Per molto tempo la delega è stata intesa come una semplice suddivisione di attività: il manager assegna compiti, controlla l’esecuzione, valuta i risultati. Un mode

 
 
 

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione

© 2025 by Davide Ottogalli

bottom of page