Dalle piazze alle vetrine
Che cosa abbiamo lasciato agli adolescenti?
Chi aveva dieci anni durante la pandemia del 2020 oggi è un adolescente.
Negli anni della sua infanzia, milioni di persone si mobilitavano per denunciare ingiustizie, difendere diritti e chiedere un futuro diverso. Rivendicazioni che attraversano da sempre la storia delle società e ne accompagnano il progresso.
Quei bambini non potevano ancora comprenderne pienamente il significato. Oggi, sei anni dopo, si ritrovano davanti a molte delle stesse questioni. E anche loro scendono in piazza, ma con forme di protesta e di ribellione diverse da quelle che hanno conosciuto durante l'infanzia. Non solo molte delle risposte attese non sono arrivate. In alcuni casi, anche le conquiste che sembravano acquisite sono tornate in discussione.
Ogni generazione eredita problemi irrisolti. Ma questi adolescenti rischiano di dover riprendere battaglie già avviate durante la loro infanzia, senza poter contare sui progressi attesi. Talvolta, persino partendo più indietro.
Che cosa è rimasto delle battaglie che avrebbero dovuto cambiare anche il loro futuro?
Le battaglie di ieri, le contraddizioni di oggi
Il pianeta chiedeva attenzione. Fridays for Future portava milioni di giovani nelle piazze contro la crisi climatica. Oggi tornano il negazionismo, i combustibili fossili e i ripensamenti sulla transizione ecologica.
La democrazia scopriva la vulnerabilità del consenso. Cambridge Analytica mostrava quanto dati e algoritmi potessero influenzare le opinioni politiche. Oggi l’intelligenza artificiale amplifica la capacità di influenzare opinioni e comportamenti, mentre cresce il senso di impotenza di fronte a un potere sempre più difficile da comprendere e controllare.
Le disuguaglianze alimentavano la protesta. Dai Gilet Gialli alle mobilitazioni in Cile e Libano, milioni di persone denunciavano precarietà e ingiustizie economiche. Salari, costo della vita e distribuzione della ricchezza restano questioni irrisolte.
I diritti conquistavano le piazze. MeToo, Black Lives Matter e Donna, Vita, Libertà denunciavano abusi, discriminazioni e repressioni. Oggi riemergono resistenze politiche e culturali contro alcuni dei diritti rivendicati.
La pandemia rendeva evidente la nostra interdipendenza. Relazioni, solidarietà e salute mentale diventavano questioni centrali. Oggi prevale la richiesta di adattarsi a trasformazioni sempre più veloci, mentre isolamento e disagio sociale continuano a interrogarci.
Non erano proteste isolate. Erano segnali di contraddizioni profonde, che chiedevano risposte.
Quando conosciamo le conseguenze, ma rinunciamo ad agire
Invochiamo la pace, ma non vogliamo sostenere il costo di difenderla.
Lasciamo alle grandi potenze il controllo degli equilibri internazionali. Poi ci indigniamo quando decidono senza di noi.
Chiediamo un'Europa forte, ma alimentiamo i nazionalismi. Vogliamo protezione comune, mentre sosteniamo politiche che indeboliscono la cooperazione.
Rivendichiamo diritti universali, ma la nostra solidarietà sembra essere selettiva. Scendiamo in piazza contro alcune violazioni, mentre altre, altrettanto gravi, suscitano indifferenza. Come se a orientare la protesta fossero più le appartenenze e le convenienze politiche che la sofferenza delle vittime.
Condanniamo le invasioni e difendiamo la libertà dei popoli. Ma quanto siamo disposti a impegnarci quando difenderla diventa costoso? Sosteniamo questi principi finché non richiedono sacrifici. Poi prevalgono le convenienze politiche, gli interessi economici e la ricerca di soluzioni immediate. La libertà degli altri diventa così un principio negoziabile, mentre le conseguenze delle nostre rinunce ricadono su chi non può difendersi.
Temiamo le migrazioni, ma ignoriamo le crisi che costringono milioni di persone a fuggire. Guerre, persecuzioni, povertà e crisi climatiche alimentano gli spostamenti. Sudan e Congo restano ai margini dell'attenzione. E mentre temiamo nuove emergenze umanitarie, dimentichiamo gli effetti delle restrizioni russe alle esportazioni ucraine di grano sulla sicurezza alimentare africana.
Chiediamo sicurezza, ma siamo pronti a rinunciare alle libertà pur di sentirci protetti. La paura diventa uno strumento di consenso. Accettiamo restrizioni dei diritti e delle differenze, dimenticando che una società meno libera non è necessariamente una società più sicura.
Celebriamo la crescita economica, ma trascuriamo chi ne resta escluso. Chiediamo competitività e innovazione, mentre salari, precarietà e disuguaglianze limitano le prospettive di molti.
Non sono contraddizioni identiche. Ma hanno qualcosa in comune: riconosciamo problemi collettivi e continuiamo a cercare protezioni individuali.
Spesso conosciamo già le conseguenze delle nostre scelte. Eppure, rinunciamo ad agire, per poi indignarci quando si manifestano.
Ciò che ieri consideravamo un'ingiustizia da superare oggi rischia di diventare una condizione alla quale adattarsi.
E gli adolescenti, nel frattempo?
Che cosa significa crescere osservando queste contraddizioni?
Gli adolescenti vedono leadership che cercano consenso alimentando la paura dell'altro. Adulti che denunciano le disuguaglianze ma difendono i propri privilegi. Istituzioni che invocano responsabilità collettiva, mentre prevalgono interessi particolari.
Non è soltanto una questione di valori. È una questione di credibilità.
Come possiamo chiedere loro di credere nella forza della collettività, se siamo noi adulti i primi a mostrarne l'impotenza?
Non si impara a vivere insieme ascoltando qualcuno che ne spiega l'importanza. Si impara facendo esperienza di relazioni e gruppi nei quali sia possibile partecipare, confrontarsi e contribuire.
Ma se questa possibilità perde credibilità, dove può trovare espressione il bisogno adolescenziale di ribellarsi e cambiare le cose?
Dalle piazze alle vetrine
Appartenenza, riconoscimento, confronto e ribellione continuano ad attraversare ogni adolescenza.
Sono cambiati, però, i contesti nei quali questi bisogni cercano una risposta.
In passato, molti giovani trovavano nelle contrapposizioni politiche e ideologiche un linguaggio per esprimere il proprio disagio. Scendevano in piazza, contestavano il sistema, talvolta anche violentemente.
Non erano necessariamente più consapevoli o meno distruttivi. Ma potevano riconoscersi in un progetto collettivo di cambiamento.
La piazza permetteva alla rabbia individuale di diventare una rivendicazione condivisa.
E oggi?
Viviamo in una società che parla di uguaglianza ma rende continuamente visibili le disuguaglianze. Promuove inclusione ma alimenta competizione. Invita a realizzarsi ma propone modelli di successo non accessibili a tutti.
Le vetrine, i marchi e le immagini digitali mostrano continuamente ciò che dovremmo desiderare.
Ma non espongono soltanto oggetti. Espongono appartenenza, successo e riconoscimento sociale.
Nel digitale questa esposizione diventa continua. Non osserviamo soltanto ciò che altri possiedono, ma ciò che sembrano essere grazie a ciò che possiedono.
Il confronto non riguarda più soltanto ciò che abbiamo, ma ciò che valiamo agli occhi degli altri.
Nell'adolescenza, lo sguardo del gruppo contribuisce a costruire l'identità. Oggi, però, il riconoscimento sembra passare sempre più attraverso ciò che si mostra, si possiede e si riesce a ottenere.
Ma che cosa accade quando il bisogno di essere riconosciuti non trova più una rivendicazione condivisa, ma soltanto simboli da conquistare o contestare?
La ribellione può allora perdere il suo significato di cambiamento e ridursi a un gesto che cerca visibilità, senza costruire alcuna alternativa.
Nelle piazze di ieri, anche attraverso conflitti e contrapposizioni, molti giovani cercavano di cambiare ciò che contestavano. Oggi, in alcune manifestazioni di disagio, sembra prevalere l'azione sul significato.
Non si cerca più di cambiare ciò che quei simboli rappresentano. Si tenta di conquistarli, violarli, talvolta distruggerli.
Ma distruggere un simbolo non significa contestare ciò che rappresenta. E manifestare rabbia non equivale a costruire un'alternativa.
È qui che il gruppo assume un ruolo decisivo. Può amplificare l'impulsività e la distruttività, oppure trasformare il conflitto in confronto, pensiero e responsabilità condivisa.
Forse non è cambiata la rabbia degli adolescenti. È cambiata la possibilità di darle un significato collettivo.
E se fossero gli adulti ad aver perso qualcosa?
Forse il problema non è che gli adolescenti di oggi non abbiano più ideali. È che noi adulti fatichiamo a mostrare loro come gli ideali possano diventare progetti condivisi e possibilità concrete di cambiamento.
Durante l'adolescenza immaginiamo un mondo diverso. Le ingiustizie ci indignano, le contraddizioni ci spingono a ribellarci. Crediamo ancora nella possibilità di cambiare le cose insieme.
Poi diventiamo adulti.
E il futuro che immaginavamo di costruire insieme rischia di diventare qualcosa da conquistare e difendere individualmente. La sicurezza, il benessere e le opportunità restano obiettivi importanti, ma perdiamo di vista la loro dimensione collettiva. Ci preoccupiamo di ciò che possiamo garantire a noi stessi, sempre meno di ciò che possiamo rendere possibile per tutti.
Da adolescenti immaginiamo un mondo per tutti. Da adulti rischiamo di costruire un recinto per pochi, da difendere contro tutti.
Chiediamo ai ragazzi responsabilità, rispetto delle regole e capacità di progettare il futuro. Ma mostriamo quanto facilmente gli ideali collettivi possano essere sacrificati quando entrano in conflitto con i nostri interessi.
Gli adolescenti non imparano a vivere insieme soltanto attraverso ciò che diciamo.
Imparano soprattutto attraverso il mondo che costruiamo e le relazioni che rendiamo possibili.
Prima di chiederci perché alcuni ragazzi esprimano il loro disagio attraverso la rabbia e la distruzione, dovremmo domandarci che cosa abbiamo fatto delle nostre stesse rivendicazioni.
Quando la ribellione non trova un progetto collettivo nel quale riconoscersi, rischia di diventare un'azione contro ciò che non si riesce ad avere, anziché una possibilità di cambiare insieme ciò che non funziona.
E se il problema non fosse ciò che gli adolescenti devono ancora imparare, ma ciò che noi adulti abbiamo dimenticato?

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